Smarrirsi tra le sue “cianfrusaglie” sonore è stato l’imperativo degli ultimi ascolti di casa electronique, e dopo avervi proposto il suo recente lavoro in studio “Love Him” abbiamo intercettato ed intervistato Økapi, il quale ci ha reso ancora più convinti della sua assoluta libertà in fase compositiva.
Buona lettura.
Inizierei parlando di Love Him, quanta gestazione dietro questo lavoro, e quale il messaggio che intendevi dare? A me ha trasmesso diversi spunti di pensiero, sia sociali che politici, c’è del vero in questo?
In parte si! Quando ho iniziato a suonare ero totalmente affascinato da certi presunti usi “illegittimi” di fare musica; in questo caso il furto sonoro in tutte le sue forme per me equivaleva a difendere il principio secondo il quale ogni essere umano è (o dovrebbe essere) libero di copiare un suo prossimo.
Ho sempre pensato che sin dalla nascita questo sia un atto culturale indispensabile per la crescita individuale. La Plunderfonia di John Oswald o dei Negativland, con questo uso legittimo ma comunque creativo del furto, ha decisamente influenzato ciò che faccio ancora oggi!
Quanto è difficile vivere di musica elettronica in questo tempo? Consideri ripagati gli sforzi o credi che qualcuno o qualcosa abbia definitivamente annullato l’arte di creare musica?
Non ho mai pensato alla musica come a una professione, anzi ho sempre creduto che quando un artista (non solo musicista, quindi), trova il modo perfetto di vendersi, perde col tempo anche la purezza dell’intento creativo.
Ed è forse fin troppo facile prendere la strada del compromesso, rinunciando in certi casi al gioco del rischio.
Invece questo mio modo di lavorare, nella creazione oppure nei concerti, mi permette di reinventarmi ogni volta liberamente.
La tua musica nasconde, dietro un primo impatto frenetico, un forte potere meditativo, forse grazie alla sua narrativa melodica ed a portata d’uomo, puoi descriverci il tuo metodo di lavoro, da dove si parte per arrivare a ciò che poi realmente ascoltiamo?
Hai perfettamente centrato il punto! Sono molto lento nell’inventare e costruire musica. “Love him” mi ha impegnato per 3 anni! Ogni traccia di un nuovo lavoro è una specie di piccolo mandala che curo con amore per mesi fino a raggiungere ciò che penso sia una forma perfetta.
Di cosa si nutre musicalmente Okapi? Quali gli ascolti che consideri fondamentali e verso quali orizzonti si sposta la tua ricerca?
Penso che per un musicista tutti gli ascolti siano in qualche modo fondamentali! Oggi poi tutto è molto più semplice con internet. Sono convinto che esiste la giusta chiave di lettura per comprendere ogni sorta di genere musicale, anche i più distanti o estranei a noi, e sta a noi compositori trovare questa chiave per poi assimilarne le influenze, lasciando tracce più o meno evidenti in ciò che poi facciamo.
Ecco, questo è decisamente uno dei miei punti di partenza!
Qual è il setup del quale ti avvali per la realizzazione dei tuoi dischi?
In genere tutto avviene in due tempi. Parto da piccole improvvisazioni con tutto ciò che può generare suono (musicale o non), Infatti prima ancora di montare ed arrangiare tracce su un computer, i miei strumenti sono ancora giradischi, lettori cd e nastri… La composizione avviene sempre in una seconda fase, che poi è anche quella più lunga.
So che ti esibisci spesso in dj set, innanzitutto vorrei chiederti se utilizzi vinile o altre diavolerie, poi cercar di capire quale può essere il percorso durante i tuoi set.
Dal vivo uso un mixer a 4 canali (con un hard disk interno) che gestisce campioni anticipatamente editati in studio. Questi campioni non sono altro che lunghi loops, precedentemente preparati e divisi in paterns ritmici o melodici, che vengono poi mixati in battuta in tempo reale.
Uso inoltre vinili di effetti e sonorizzazioni per cucire sopra disturbi o ulteriori ricami sonici.
Come consideri la scena musicale capitolina? Credi sia ancora viva cercando ovviamente nei posti giusti o destinata ad un uso puramente commerciale della musica?
Devo purtroppo ammettere che in questo caso sono un po’ distratto e, tranne per alcune eccezioni, non partecipo spesso agli eventi della mia città. Con questa domanda mi cogli impreparato. mmm si… nonostante una sete di novità in questo caso forse pecco di snobismo (o pigrizia)? Spero nessuno me ne voglia per questo!
Il tuo progetto parallelo Metaxu insieme a Maurizio Martusciello ha dato vita a musica molto innovativa, com’è nata la vostra collaborazione? E’ un’avventura che possiamo considerare chiusa o prevedi qualche nuova uscita?
No, si tratta di un’esperienza decisamente chiusa. Le nostre profonde diversità (non soltanto musicali) sono state un incredibile incentivo di stimolo umano e artistico per entrambi, durato quasi una decina di anni.
Queste stesse differenze, ci hanno poi allontanato, cosa che penso sia normale, ma la mia stima nei suoi confronti è immutata. Devo anche ringraziare Maurizio perché è stata la prima persona che ha creduto in me. Prima di allora i miei piccoli esperimenti musicali erano riposti segretamente nei miei cassetti!
Radio DD ed i suoi simpatici animaletti, puoi parlarci dell’esperienza di questo collettivo (se possiamo definirlo tale) e del perché ha ormai cessato la sua attività?
Un’altra divertente esperienza conclusa poi con la partecipazione a un festival come Dissonanze e l’uscita di una compilazione su vinile. Il progetto è morto semplicemente perché le cose cambiano per tutti!
A cosa stai lavorando in questo momento, quali le novità che possiamo aspettarci?
Ho appena chiuso un nuovo concept album ispirato a un progetto scritto e realizzato da Bruno Munari chiamato “Opera Rotta”. La mia “Opera rotta” appena riparata consiste in 40 delle opere liriche più famose, smontate e ricomposte in altrettanto 40 remix lampo di un minuto e undici secondi ciascuno.
Qual è il disco che hai ascoltato più volte nella tua vita? Voglio un solo nome, quello che semplicemente è finito più volte nel tuo lettore e perché.
Molti si sorprendono quando dico che senza dubbio uno dei dischi che non riesco a consumare nonostante gli anni passati sotto la puntina è “Legend” degli Henry Cow, un disco che giudico tutt’ora del tutto inclassificabile (dietro una parvenza decisamente prog) che continua a stupirmi a 38 anni dalla sua pubblicazione.
Author:
liquid
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