2. Purtroppo, associare in Italia, il nome di Richie Hawtin ad un festival che cerca di promuovere cultura musicale è scelta da evitare come la peste.
Dieci anni
Un percorso durante il quale Roma è stata ciclicamente scossa da una forza sempre più matura e consapevole. Dissonanze ci ha dato tanto, se non altro per il fatto di aver reso partecipe una quantità sempre maggiore di persone, sensibilizzando le istituzioni, promuovendo e proponendo artisti, live act, location altrimenti dimenticate/i od in ascesa primordiale, facendoci salire, puntualmente ogni anno, quel leggero stato d’ansia pre-festival che tanto fa alla nostra voglia di vivere una Roma sempre più impegnata musicalmente e ricca di eventi da scoprire.
Anni durante i quali abbiamo vissuto il festival come una scoperta, arrampicandoci in vorticose scalette che ci hanno letteralmente svelato mondi nuovi, muovendoci tra persone che come noi avevano già il dito puntato ed altri occasionali visitatori, magari solo curiosi ma con una sincera voglia di capire ed allargare il proprio orizzonte culturale in assoluta serenità.
Un piccolo problema
I mass media, tutti, hanno intuito le potenzialità di un movimento che dà underground diventa sempre più solare, maledette tutte le volte in cui mi sono divertito raccontandolo poi in giro!
La musica è così ora accerchiata da promoter, agenzie turistiche, alberghi, compagnie aeree, radio, tv e colosso pubblicitario tutto, in una parola, soldi (Sossoldi direbbe il caro Maccio Capatonda).
I portali, i forum, le riviste, sono ora puntellate di date con splendenti festival in ogni parte del mondo, con luccicanti pacchetti viaggio che sono di fatto la vacanza nel paese dei balocchi.
Una decina di nomi a spartirsi le fette più grandi di una torta ormai milionaria, spingendo a mille sul proprio marketing moltiplica numeri, costruendosi tutt’intorno un abbaglio artificiale che è soltanto uno specchio annerito di quell’allucinazione provocatoria e di rottura che li ha resi adorabili in tempi non sospetti.
Veniamo a noi
Chiostro del Bramante, Roma, uno dei centri culturali purtroppo meno sfruttati della capitale, un piccolo gioiello incastonato nel centro storico finalmente reso disponibile per un evento legato alla musica elettronica dopo qualche anno di silenzio assoluto.
Non poteva esserci accoglienza migliore per la decima edizione del festival, ed i fatti hanno ampiamente ripagato l’attesa.
Innanzitutto un incantevole fuoriprogramma con Gil Scott Heron a “tagliare il nastro” in una commovente mezz’ora di piano e voce accolta dalla maggior parte dei presenti in rigoroso silenzio.
Poi l’altalenante live di Black Fanfare, al secolo Demetrio Castellucci, classe ’89. Sperimentazione, la sua, incentrata sulla manipolazione vocale unita a frammenti noise in una continua ricerca di una metamorfosi uomo/macchina. Un live di difficile interpretazione che a mio avviso ha un po’ peccato di freddezza proprio nei momenti di manipolazione vocale, per poi presentarci alcune grandi cavalcate di elettronica sporchissima dalla ben nascosta vena melodica.
Sguardo gelido, esile corporatura ed approccio riservato, Ben Frost atterra a Roma dopo due album grandiosi che lo hanno catapultato nell’epicentro della sperimentazione internazionale. Imbraccia la chitarra ed accende una macchina che sa fermare il tempo indagandone ogni angolo più nascosto. Elettricità, melodia, potenza espressiva, un esibizione che rende definitivamente marmo la sua ascesa vertiginosa.
Funktion One ed i nostri timpani ringraziano.
Palazzo dei Congressi, ore 23, di fronte ad un deserto con qualche palma senza t-shirt ha luogo il live del Moritz Von Oswald Trio.
Luomo si destreggia con fare rilassato tra batteria e percussioni autoprodotte, sorreggendo ritmicamente i controlli di Maurizio e Max Loderbauer in un live che avrebbe avuto senso proprio pocanzi al Chiostro del Bramante, la musica vola, non c’è che dire, ma d’altronde partendo da una base solida come quella del loro album di debutto “Vertical Ascent” e soprattutto dalla maestria e dall’esperienza dei tre era quasi impossibile sbagliare, com’è vero che non registriamo picchi creativi o varianti fondamentali proprie di un live act.
Dieci minuti di Troy Pierce sono abbondanti per potervi descrivere un set riassumibile così: “Tun Tun Taas, Tun Tun Taas, Tun Tun Taas, PAUSA, Boom Boom Boom… (otto volte)” mandate in loop per un ora ed il gioco è fatto.
Passiamo al Foyer dell’aula magna, purtroppo con un audio traballante nonostante il Funkion One, il live dei Neon Indian è comunque deciso e di ottima fattura, quattro stranissimi elfi tra effigi funk affondi vocali, sintetizzatori e basso, ottima musica e pubblico molto attento e partecipe.
Nel frattempo decolla l’astronave Plastikman nel Salone Della Cultura, una scenografia da gran concerto, l’uomo chiuso in una gabbia tutta led affrescata da proiezioni in voga di vintage virtuale, per un’esibizione molto avvincente, uno spettacolo audiovisivo di gran lustro nel suo complesso, con Richie ad aggiornare un progetto che l’ha reso santo durante gli anni ’90 qui leggermente rivisitato ed unito ad alcune pepite inscalfibili tra le quali spicca sicuramente “Spastik”.
Intendiamoci, lì eravamo e lì siamo rimasti, non c’è a livello sonoro qualcosa di nuovo di cui parlare, ma uno spettacolo del genere è a prescindere unico.
Ora, la prima foto di quelle in lista alla vostra destra è uno dei tanti motivi presenti in sala che hanno spinto il sottoscritto a tagliare la corda non appena terminata l’esibizione di Hawtin.
Una Minus Night non avrebbe avuto più senso?
Eccellenze
Iniziare alle 19, col tramonto sul terrazzo del Palazzo dei Congressi è già un festival di per sé, ed a scaldare l’ambiente ci pensano i “warm up” di King Midas e Gonjasufi, che scorrono allegramente tra fiumi di birra e mojito che ci scaldano a dovere per il concerto di sua maestà Gil Scott Heron.
Doverosa ovazione al suo ingresso, calore umano e qualche lacrima sparsa, un pianoforte e la sua voce, calda e suadente. Un nettare che non fatica a bucarti il cuore da subito, facendoci apprezzare ancor di più le fatiche del suo ultimo lavoro in studio “I’m new here”, un esibizione che rasenta un colloquio tra amici che non si vedono da tempo, fin quando Gil non invita ad entrare sul palco i suoi musicisti, tramutando quel delicato momento in una festa dai contorni strepitosi, difficili persino da descrivere, un’ escalation che culmina in “The Bottle” eseguita ben due volte, in una versione “acustica” e successivamente orchestrata, che dirvi, ascoltarla dal vivo dalla sua voce vale da sola il festival.
Un salto al foyer a live terminato per ascoltare uno dei suoni più incisivi del momento, quello di Shackleton che è una furia creativa incredibile, dubstep e techno fusi insieme in movenze ora plastiche ora taglienti e minimali, tagli originalissimi, funk metallizzato, musica per il futuro.
Segue il dj set di Martyn che alterniamo ad un giro per le sale, per quel poco che abbiamo sentito un ottima miscela di techno, acid e dubstep. In terrazza intanto Jamie Lidell dava sfoggio a tutta la sua bestialità da palco, affondando con la voce e ritmandola con l’aiuto del pubblico, senza dubbio un concerto gradevole. Mentre aspettiamo che l’uomo nero prenda possesso del Salone della Cultura riusciamo ad assistere al concerto dei Phenomenal Handclap Band con il loro funk progressivo dalle dinamiche psichedeliche. Anche qui grandissima musica che chiude in bellezza la programmazione del terrazzo.
Note a margine: il pubblico del sabato proveniva da una galassia completamente differente rispetto a quello del venerdì.
Purtroppo perdiamo l’esibizione di Marco Passarani, ma chi segue ha fatto di tutto per tenerci incollati altrove.
The Wizard
Una lunga intro ambientale spruzzata di polvere di stelle, la suspance che sale, l’esplosione della cassa, un dj set che è già storia.
Jeff Mills in un esibizione totale, la techno resa nobile ed il concetto di Dj set uploadato per darlo in culo al resto del mondo.
Creatività e maestria tecnica, cambi millimetrici, groove rotolante, ora più house, ora ipnotico fino all’eccesso, raddoppi formidabili e un 10 minuti di 909 dal gusto squisitamente retrò che hanno fatto balzare il nostro cuore alle stelle. Un set coraggioso se pensiamo anche ai lunghi momenti in cui ha esplorato mondi paralleli privandoci della cassa, facendoci sognare ad occhi aperti per poi ripartire con una furia distruttiva ed accecante. Dopo quasi tre ore l’atterraggio, morbido, calcolato, un applauso, il suo rivolto a noi, c’è altro da aggiungere?