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Dancity Festival Review

Sotto lo sguardo approvatore di Des, costantemente “affrescato” sul campanile della chiesa di San Domenico ha inizio la terza edizione del Dancity Festival, e di nuovo a chiamarci a raccolta è un sentimento che ormai và oltre la singolare fruizione della musica stessa, ma è imperniato in un contesto culturale e di costume che rende speciale quest’avventura per certi versi ancora acerba ma zampillante di spunti costruttivi in tutti i contesti bagnati da quest’energia.

Una cittadina che ha tanto da offrire, un luogo accogliente che ti circonda completamente riuscendo a soddisfare le aspettative più ampie, e che da tre anni a questa parte è uno dei poli più illuminati per quel che concerne la ricerca e la proposta di musica elettronica e performance d’avanguardia, cercando di evitare le mode come la peste, causa, credo, di un’affluenza non ancora degna di una programmazione così complessa e rigogliosa di talento e qualità.

Due giorni, diversi luoghi, artisti, cibi, amici ed emozioni.

Una situazione sfuggita di mano


“Night Music” ha strappato più di un ascolto, non è qualcosa di completamente compiuto ma al suo interno c’era spazio per viaggiare con la mente.
Etienne Jaumet arriva in Italia quasi da sconosciuto, “sticazzi” si sarà detto, e dopo aver caricato synth,  theremin, delay e batteria elettronica, noncurante del mondo intero ha pensato bene di salire sul palco di Dancity ed eseguire un liveset che difficilmente rimuoveremo dalla zona franca della nostra memoria, qualcosa che corrisponde più o meno a:
capacità/creatività/ingegno/padronanza/ingenuità/frustrazione/emarginazione/genio.

Quante volte vi è capitato di assistere ad un live al quale magari non avreste dato un soldo bucato e trovarvi dopo 2 ore e mezzo in ginocchio ad implorare di non smettere?
Ci state anche pensando? Mai.

Jaumet è riuscito a rappresentare il suono elettronico circumnavigandolo per intero, partendo da pure sensazioni detroitiane ricche di urgenza groovistica e sofisticate melodie sintetiche a psichedelia orientale passando per divagazioni jazz/trance dal fortissimo potere destabilizzante.

Incredulo di quanto stesse accandendo, circondato da folla estasiata, è andato avanti fin quasi allo sfinimento, in un esibizione che se riversata magari soltanto per un 10% in una delle sue produzioni sarebbe il disco più bello di sempre.

Vibrazioni pericolose


Bugge Wesseltoft ed Henrik Schwarz, fianco a fianco, il pubblico a riempire tutti gli spazi del suggestivo Auditorium, uno squisito equilibrio tra masculine forze sintetiche e delicatissimi tocchi artigianali, melodia al servizio della fisicità, un suono che può tranquillamente corrispondere a canoni stilistici house in alcune accelerazioni supportate dalla cassa in 4 lanciata da Schwarz ed attentamente mantenuta viva per un tempo sufficiente a far saltare tutti dalle poltrone per poi farli tornare in sé dopo pochissimi istanti.

Melodie raffinatissime ed affilate come lame di pregiate spade.
Per chi si è saziato del primo Wesseltoft, quello dei progetti a suo nome, il suo contributo potrà esser apparso un po’ sacrificato, è vero, ma la bellezza del suono e la vicinanza emotiva che è riuscito ad infondere sul pubblico credo abbia ovviato a questo piccolo pensiero, facendolo divenire un isolata riflessione.

Poco dopo il solo Schwartz, in un travolgente, intricato e dannatamente seducente dj set nella zona del chiostro, propinando beats house intrisi di radici afro ed appeal deep. Un grandioso viaggio all'interno dell'house music più fedele e sincera.

Se seguite le nostre pagine saprete già quanto siamo affezionati al suono dei Commodity Place, e qui a Dancity Massimiliano Loretucci     e Riccardo Frosoni si presentano con un live solidissimo, una progressione continua e costante che vede dialogare ormai con veterana armonia i viaggi lunari della chitarra di Riccardo con l’elettronica concreta di Massimiliano. Sfumature sempre tinte di colori caldi, cercando, anche nei momenti di maggior astrazione, di raggiungere un contatto melodico quanto mai terreno e vicino al cuore più che al fisico.
Ad accompagnarli, le superbe selezioni visive di Mick che in un contesto come quello dell’auditorium hanno contribuito a saturare gli spazi e far convergere tutta la concentrazione sulle psichedeliche evoluzioni dei Commodity.

Un sabato qualunque

Nel primo pomeriggio l’altissimo ha dato segnale di esistere ancora riversando in strada una delle grandinate più intense a memoria d’uomo, poco male, perché di lì a poco la forza di volontà ed una naturale predisposizione alla positività ed al divertimento hanno scoccato la scintilla iniziale di un incendio del quale tutti sentivamo il bisogno.

Ore 18:00 - Prins Thomas a dispensare Disco Music nella Hall dell’hotel Villa Dei Platani, tra vassoi di salmone e stoccafisso bagnati dal bianco Grechetto.

Ore 19:00 – Una vineria a Foligno è come una moneta a Fontana di Trevi ok, la differenza però può farla un fiume di gente, due Dj come Franco B e Cap che selezionano funk, disco e jazz con un gusto al limite dell’eccesso e l’abbondanza di vino e prodotti gastronomici, che, oltre a deliziare il palato offrono uno spaccato vero di questo territorio nel quale viene assolutamente naturale legare il futuro alla tradizione.

Librerie, piazze, atelier, gli altri contesti chiamati in causa, peccato non potersi sdoppiare.
Stesso vale per le esibizioni di Marco Bernardi, Floating Point, Lagar ed altri ancora.


“Cyclo” - Ryoji Ikeda ed Alva Noto – ore 23.00 circa - Auditorium

Il duo formato da Alva Noto, al secolo Caster Nicolai, e Ryoji Ikeda si presenta con un progetto intitolato  “Cyclo”, una performance audiovisiva che sta girando gli stage dei festival più importanti del panorama internazionale, tra cui il prestigioso Mutek.
In tenuta all black, con tanto di occhiale alla Neo per Ikeda, gli artisti espongono un sunto chiaro e completo del concept alla base delle sonorità proposte in questi ultimi anni da etichette come la Raster Noton o, più di recente, dalla Dis Voir, labels che implicitamente si autoproclamano come leader nel campo della avanguardia sperimentale e minimalista tesa a configurare nuovi piani astratti e multidimensionali della musica elettronica.
I bassi e le frequenze erogati dalle macchine dell’asse nippo-tedesco sono deflagranti e la loro trasfigurazione visual sul mega schermo dell’Auditorium di San Domenico è penetrante e coinvolgente.
Le frequenze basse vengono rappresentate con figure geometriche simmetriche mentre le onde compulsive a rarefatte di stampo noise-industrial assumono forme asimmetriche e fluttuanti che si dissolvono in insiemi di punti nel vuoto formando galassie o linee sinusoidali.

Trasmissione, automatismo, struttura, trasposizione, ritmica, armonizzazione. Concetti che spingono la musica di “Cyclo” dall’astratto al concreto cercando di raggiungere universi materiali fatti di bassi che pesano come macigni e suoni che prendono la forma di parallelogrammi bidimensionali.
Una vera e propria regressione o minimizzazione dell’impostazione “autechriana” data al video capolavoro di “Gantz Graf” dove in questo caso avevamo di fronte un oggetto che assumeva ed allo stesso tempo autodistruggeva forme alimentate dal suono su uno spazio tridimensionale e multicolore.
Un live crudo, siderale ma allo stesso tempo elettrizzante e visionario che con i suoi bassi ha fatto saltare dalla poltrona un pubblico assolutamente stupefatto.

Dj Sprinkles – ore 24.00 circa – Chiostro

Therre Thaemlitz è all’apparenza un nerd timido nascosto dietro i lunghi capelli e gli occhialetti, ma in consolle è un animale house di grande spessore.
Dal 2009 gira come un pazzo tra i club di mezzo mondo grazie al grande successo del suo album “Midtown 120 Blues” sulla prestigiosa Mule Music, opera importante nel filone deep house.

Armato di buona volontà apre le danze della main floor di Dancity, nella bellissima cornice del Chiostro di San Domenico, ma i bassi dell’impianto sono momentaneamente out causa il violento temporale abbattutosi su Foligno nel pomeriggio, e la sua esibizione incomincia fortemente penalizzata.
Ci prendiamo comunque le vibrazioni, i giri di basso e le tiepide evoluzioni soul, le uniche ad uscire illese dai circuiti . Poteva essere un inizio sotto il segno del pensiero house più puro. Ma poteva anche saltare del tutto.
Prendiamoci il meglio ed andiamo avanti che la notte è lunga.

2562 – ore 01.30 – Chiostro

Tutt’altra atmosfera nella zona dance open air dello splendido Chiostro. L’olandese Dave Huismans aka 2562 sembra uno dei tanti pivellini alle prime armi. Con mixer e piatti però dimostra di avere attributi ben più maturi selezionando techno, dubstep e breakbeat di buona fattura, tutto rigorosamente in vinile!
Anche se per una mezzora abbondante il sound proposto è un pochino monotono il ragazzo è tecnicamente perfetto ed a sprazzi ci strappa emozioni potenti che rilasciano abbondante propulsione alle nostre gambe. Intervalli breakbeat e ripartenze in 4/4 tengono comunque alta la tensione in pista che non accenna a lasciare il passo su un brecciolino che ribolle con i sub dell’eccellente impianto Meyer.

Prins Thomas – ore 03.00 circa

La chiusura di questi due splenditi giorni è affidata a Prins Thomas, dj e produttore norvegese oramai alla ribalta internazionale da qualche anno. Sicuramente più adatto all’ambiente da club, dove le sonorità disco ed italo che solitamente propone incontrano l’intimità e le esigenze musicali richieste dal pubblico in piccola dimensione.
Inaspettatamente propone un sound energico ed eccitante mixando elegantemente house, acid house e space con, a cadenza, l’immancabile richiamo disco.

Tira dritto lo scandinavo che adora la nostra Peroni, fino al sorgere del sole, non lascia mai cadere il ritmo e fa sudare il dancefloor con un eccellente interpretazione del contesto festival e con grande gusto musicale nella scelta di un groove più orientato alla dinamica dance che alla ricercatezza, comunque mai posta in secondo piano, ma che a volte ha bisogno più dell’ ascolto che del ballo per avere presa sul pubblico.
Se si sta in pista, davanti ad un dj, si deve ballare. Qualcuno ogni tanto se ne dimentica ma Prins Thomas ha ben chiaro in testa come farvi muovere il culo.

Tre anni sono soltanto l’inizio. Un tempo servito a rendere una dimensione da festival che può far insegnamento a tanti straquotati episodi italiani con il baricentro ormai posizionato due metri sopra la testa.
E’ essenziale a questo punto non cedere o smarrirsi dietro facili successi, questa favola può e deve metter le ali.
Svegliatevi! C’è bisogno di tutti.
Author: liquid & Francesco Carella Published: