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Audion, Bodycode & more

Fabric Night

Sbarchiamo nella capitale britannica l’ultimo fine settimana di agosto, quello che di fatto rappresenta per gli inglesi la fine dell’estate: week end lungo dalle temperature ancora accettabili che si conclude con il “bank holiday” del lunedì e che vede la città in particolare fermento per una delle feste più attese dai londinesi, il carnevale di Nothing Hill.

Ora immaginate di chiudere alla circolazione un intero quartiere e di posizionare a ogni angolo delle strade immensi soundsystem che mandano musica a tutto volume. Riempite il quartiere di gente di ogni età e razza e permettetegli di reperire alcool e ogni altro tipo di sostanza a buon prezzo. Il tutto in pieno giorno. Musica a parte, la festa perfetta.

E cosi l’atmosfera festosa del carnevale si respirava in tutta la città complici anche i due grandi eventi da migliaia di persone programmati a Clapham Common, un grande parco a nel sud di Londra: “South West Four”, sabato 29, con Sasha & John Digweed, Richie Hawtin, Timo Mass e altri e il “Get Loaded In The Park”, domenica 30, con gli Orbital, Carl Craig e la Innerzone Orchestra, Laurent Garnier.

Ce la godiamo anche noi Londra rimanendo però concentrati su un unico obiettivo, meta di quello che avrà tutte le caratteristiche di une vero e proprio pellegrinaggio: il Fabric.
Perché proprio di un pellegrinaggio si è trattato alla scoperta di quello che per molti versi rappresenta, oggi, uno dei migliori club al mondo. Quattro giorni di programmazione previsti e un sabato a cui era difficile rinunciare: sala 3 con Terry Francis, Hipp-E & Halo, sala 2 con la Get Physical protagonista alla presenza di DJ T, Heidi, Einzelkind, Siopsis (Silversurfer) (LIVE), ma soprattutto la sala principale con una line up ben più consona alle nostre esigenze e che vedeva ospiti in consolle Craig Richards, Konrad Black, e i live di Audion e Bodycode.

Arriviamo al Fabric intorno all’una, usando rigorosamente i mezzi pubblici, e la prima cosa che ci colpisce è la perfetta organizzazione fin dall’entrata: fila (in realtà non molta) ordinata e ingresso privilegiato per chi ha acquistato i biglietti in prevendita, perquisizione estremamente accurata ai limiti della legalità e pagamento del biglietto a dodici pound alla cassa senza nessun problema di selezione.
Scese le scale e arrivati nei meandri di quelli che una volta erano i magazzini generali di Londra siamo, finalmente, nel club: benvenuti in Paradiso. E si, del Paradiso si tratta, perché il Fabric si presenta, fin dal primo impatto, come un club molto più votato alla sostanza che all’apparenza: i mattoncini a vista fanno da naturale cornice a uno dei dancefloor più suggestivi e meglio attrezzati al mondo. Luci basse, fumo in pista e un impianto audio a dir poco strepitoso: immaginate che la musica passi direttamente attraverso le vostre vene e entri in circolo nel vostro corpo puntando direttamente al cuore. Un’esperienza unica.

Ci mettiamo poco a orientarci, trascinati dal suono dei bassi che pervade ogni angolo del club: tre sale una migliore dell’altra.
Un salto volante nella room 3, piccolo gioiello di ingegneria del suono, e poi via per andare a sgranchirci le gambe nei due dancefloor maggiori, di gran lunga più popolati e più vivi. Facciamo un po’ di spola tra i ragazzi della Get Physical e la sala principale senza disdegnare, visti i prezzi assolutamente nella norma, ripetuti passaggi ai vari bar( birra a cinque pound e cocktail a sette).

Ci fermiamo nella sala più grande solo quando vediamo comparire in consolle il testone di Alan Abrahams, pronto a ribaltare la pista con il suono old school di scuola Chicago di Bodycode e del suo ultimo lavoro su Spectral Sound, Immune. Estremamente apprezzato come Portable, Alan Abrahmas ci regala un’ora di live decisamente house e dai suoni meno duri di quanto ci aspettassimo, presentando buona parte del nuovo album compresa l’immancabile “What did you say”. Tanto bravo Bodycode quanto devastante e coinvolgente Audion: accolto dall’ovazione della pista, prende per mano il dancefloor e lo trascina per sessanta minuti in una dimensione che, lasciato il mondo terrestre, risponde alle sole regole della techno.  Complice forse l’epico impianto del Fabric, che è ormai padrone del nostro corpo, Matthew Dear ci regala un performance davvero interessante, sicuramente migliore delle ultime esibizioni a cui abbiamo assistito. Anche Mouth to Mouth, sentita e risentita, suona in modo straordinario.

Abbandoniamo il Fabric a fatica quando ormai sono le otto del mattino e dopo aver sudato ancora un po sotto la consolle di Craig Richards. Usciti, ci viene offerto di essere riaccompagnati a casa per una cifra pari a cinque euro a testa, per noi cose dell’altro mondo.

C’è solo da riflettere: l’Italia è un paese per vecchi, fuggite finchè siete in tempo.


Author: eagle Published: