Quella dei
“P.W.O.G.” è una storia nata e rimasta avvolta nel mistero. Ciò che è dato
sapersi, infatti, di questo oscuro gruppo olandese formatosi sul finire degli
anni ’80 è soltanto relativo i nomi dei componenti stessi, ovvero: Reinier Brekelmans, Joris Hilckmann e Reinoud van den
Broek.
Quel che invece resta inciso nel grande libro della musica è il loro
rivoluzionario lavoro al confine tra i generi. I “P.W.O.G.” possono
essere considerati tra i precursori assoluti del suono techno contaminato,
della riscrittura delle dinamiche trance sotto forma di vellutati tappeti
ambient, e della rivalutazione in ambito dance elettronico del nativo suono
tribale.
Non è un caso che i dischi prodotti nei primi anni ’90 da questi sconosciuti
personaggi siano stati sempre gelosamente proposti dai più grandi disk jockey
del pianeta, a partire da Laurent Garnier fino ad arrivare a Richie Hawtin,
giusto per farvi capire l’assoluta trasparenza del loro suono.
I loro brani, sempre lunghissimi ed articolati, sono dei veri e propri sentieri
che attraversano territori multiformi, un vero e proprio caleidoscopio di
sonorità assemblate con raffinato gusto e certosino studio della ritmica.
Questo “Ov Biospheres And Sacred Grooves” è il primo album ufficiale del gruppo,
arrivato dopo una manciata di singoli pubblicati suscitando l’interesse dei
musicisti più disparati, ed è composto da 4 tracce suddivise a loro volta in
ulteriori “parti” che sono vere e proprie storie di vita.
Già dalla prima, imprescindibile “The Challenge” si può venir a capo di tutta
la magia evocativa del loro suono. Un beat techno profondo ed atmosferico, un
accenno soffocato di 303, sottili incursioni di synth e, del tutto inaspettato,
un capovolgimento improvviso ma assolutamente in linea, in un anfratto roccioso
dove il suono tribale viene processato, inacidito e sparato in superficie.
Stiamo parlando di 24 minuti di musica che hanno marchiato col sangue il suono
techno che fino a quel momento non è mai stato così vicino all’essere definito
umano.
Nella seconda traccia, “Obsidian”, tutto assume una dimensione dance
apocalittica, tenuta in gioco tanto da un espressione dannatamente trance,
quanto da un connubio di techno ed ambient che ha poi avuto eccellenti repliche
in lavori di primissimo piano come i numerosi dischi degli Orb.
Quello scintillante banco di lavoro abitato da rigogliose variazioni sulla
musica, dalle voci trattate in maniera angelica, da bouquet di synth spediti in
paradiso, dalle percussioni sporcate dai compressori, sono tutto ciò che ha
alimentato questo eccelso capitolo della musica elettronica. Musicisti con
un’idea espressiva totalmente vergine, artisti ubriachi di fantasia,
sperimentatori delle dinamiche, che non hanno esitato, per esempio, a far
esplodere in una techno soave un brano prettamente ambient dopo 17 minuti di
esecuzione, e stiamo parlando della terza composizione in scaletta: “Anathema Ov Jean Jacques Derrillard”.
Chiude il lavoro “Exit 23” in quello che
è un assoluto capolavoro di techno soul. Trattamento melodico strappalacrime,
cassa oscura e martellante ed energia ovunque, nulla da aggiungere.
Un’attento studio del magico suono creato dai P.W.O.G. nel corso degli anni è
qualcosa che vi rimarrà dentro facendovi riflettere sulla sincerità espressiva di
molti produttori oggi sulla cresta dell’onda e soprattutto vi farà innamorare,
di nuovo e seriamente della musica techno.