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Album Reviews /

Gigi Masin Venezia 2016

  • Label / 13 (3) ‎– sps1618
  • Catalog / sps1618
  • Format / CD + Book
  • Released / 10/2016
  • Style / , ,
  • Rating /
    9/101
Gigi Masin - Venezia 2016 300x300

Venezia 2016” (2016), o mezz’ora di pace con Gigi Masin. Da vivere il più possibile a occhi chiusi. L’atmosfera è da subito intrisa di nostalgia. La nebbia elettronica sullo sfondo avvolge l’ascoltatore come in un abbraccio, lasciando libera la strada musicale da percorrere. Certe calli di Venezia sono, probabilmente, il posto giusto per riflettere. Una manciata di luci fioche costituiscono la scia dell’altra stella cometa. Di notte, è un calmo respirare. È un quieto riflettere.

Ed è facile passeggiare tra i propri luoghi dell’anima. I ricordi sono custoditi all’interno del cuore e sono ciò che conta davvero. Dolcissima la successione di note suonate al pianoforte. L’esecuzione romantica come poche altre nel quadro della discografia del musicista veneto. I toni sono appena sfumati. Non c’è alcuna tensione, soltanto echi di voci in lontananza. I primi accordi di basso una gradevole aggiunta. Il dialogo tra strumenti diviene, lentamente, più pronunciato.

La musica aiuta a vedere oltre. A fare pace con la propria anima. Il suo calore è intenso. Una volta al culmine, Venezia 2016 di Gigi Masin si apre poco a poco a nuove soluzioni sonore, aggiungendo piccolo pause durante il suo timido incedere e ricombinando alcuni dei vari elementi già presentati. Con una delicatezza tanto rara quanto unica. L’ascolto ideale per compenetrare le fotografie abilmente scattate da Stefano Gentile. In bianco e nero o a colori. Con figure statiche o in movimento.

Le foto sono bellissime. Mi è bastato un attimo per aprire una finestra nei miei ricordi. Nel corso della suite ho riprovato quel senso d’intimità proprio del camminare la sera tardi, ascoltando il rumore dei miei stessi passi. La mia musica appartiene a quelle calli, a quei ponti e campi osservati mentre attraversavo una città dormiente, mentre seguivo i miei sogni o mi perdevo nei miei pensieri. Venezia 2016 non è stata una scelta ragionata, è venuta così.

Il Silenzio Dei Tuoi PassiIl proprietario delle etichette Silentes e 13 è da anni un attento osservatore delle realtà, non importa se naturali o architettoniche, che lo circondano. Numerosi i lavori che collezionano, o meglio utilizzano, le sue immagini come copertine. “Il Silenzio Dei Tuoi Passi” (2016) è, invece, il primo libro che, con la complicità del cd allegato “Venezia 2016”, prova a offrire un prodotto completo, limitato a meno di cinquecento copie, o un vero e proprio concept, di un livello più alto.

Il libro appaga il desiderio d’indagare il mio immaginario. Esiste una città che è viva e un’altra ormai in fase di decomposizione come molti hanno riconosciuto. La mia è una Venezia intima, che bisogna scoprire. Ho respirato il silenzio nelle notti durante tutte le stagioni. Ho cercato di perdermi. E ho documentato quello che vedevo, che sentivo, che desideravo. “Il Silenzio Dei Tuoi Passi” è il risultato di una ricerca interiore. È tutto quello che sono.

Nell’introduzione, Mirco Salvadori, reduce dalla collaborazione proprio con Gigi Masin in “Plays Hazkarà” (2016), racconta ciò che il produttore non esplica a voce durante la suite e, con buona dose di polemica, spiega perché Venezia non è soltanto un luna park, ma una città di ombre. Dall’alba al tramonto, il capoluogo veneto vive momenti abbastanza distinti. La quotidiana invasione di maldestri turisti è da contrapporre al riservato vagabondare degli abitanti locali.

I veri protagonisti dell’opera non hanno alcun nome da tramandare ai posteri eppure, nonostante la natura silenziosa, sono facilmente riconoscibili, poiché legati a doppio filo alle proprie radici. Ora, probabilmente, calpestate dall’incuria generale. Uomini e donne. Anziani e giovani. Immortalati, spesso, all’interno di un labirinto di strade senza punti di riferimento e tra serrande abbassate. I nuovi ‘sonnambuli’ sono diretti a casa durante l’alta marea, o pronti a varcare l’ingresso dell’osteria.

Individui differenti da quelli di “Nighthawks” (1942), ma accomunati nel profondo. Il dipinto di Edward Hopper non aveva un’ambientazione marittima, riproduceva il bar di una città metropolitana, ritrovo per incrollabili bevitori o amanti delle ore piccole. Gli scatti di Stefano Gentile condividono con il quadro dell’artista statunitense la dimensione di solitudine collettiva. Qui scissa in entità destinate a non incontrarsi nello stesso luogo. Laddove lo spleen regna.