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Egisto Macchi Città Notte

Egisto Macchi - Città Notte 300x300

Un ritratto in chiaroscuro, ma affascinante, sommesso, vibrante. “Città Notte” (2015) di Egisto Macchi, tra i più sottovalutati compositori del secolo scorso, non è solo l’ennesima ristampa per intenditori, ma un raro esempio di equilibrio in note. Da riascoltare e riscoprire sul lungo periodo, così come altri episodi di una discografia talvolta labirintica.

L’album, rimasterizzato e impreziosito dalla solita edizione di lusso, è stato riportato alla luce dal prezioso lavoro della label australiana The Roundtable. Il progetto originario, rilasciato per conto della SR Records (1972) oltre quarant’anni fa, giaceva negli archivi della Fondazione Giorgio Cini sull’isola di San Giorgio Maggiore, nel cuore della laguna di Venezia.

L’ex convento custodisce con cura parte dell’eredità sonora del musicista toscano, suddivisa in cartelle contenenti una moltitudine di documenti, spartiti e altri materiali, da cui emerge con forza la precisione con cui l’artista prendeva appunti, riproducendo a mano schemi raffiguranti gesti e transizioni non convenzionali. Per non lasciare mai nulla al caso.

Ogni tema era sviluppato con calma, forgiato per essere contestualizzato in un’opera dal respiro maggiore. Ogni traccia dotata di un’architettura forbita e, soprattutto, solida. Tra i membri del Gruppo D’Improvvisazione Nuova Consonanza, ensemble attivo all’alba degli anni Settanta, Egisto Macchi è stato, probabilmente, il più prolifico in termini di library music.

“Città Notte” uno dei vari esempi in materia. Nonostante l’esser stato registrato per un’ordinaria attività di studio, e inevitabilmente destinato a un pubblico ristretto, offre vari spunti di riflessione per il suo carattere spettrale, a tratti ipnotico, e per le ben calibrate commistioni fra elementi acustici ed elettronici, laddove il folk non esita a tendere la mano al drone.

Il probabile contributo dell’amico Ennio Morricone alla tromba, non accreditato sul retro nelle linee di copertine, la chitarra, il sintetizzatore VCS3 alcuni degli strumenti utilizzati in fase di composizione. Il risultato finale, apprezzato persino alla fine del mondo, è un lavoro tanto faticoso quanto meticoloso, apparentemente senza ripensamenti tramandati su carta.

L’apertura del lato A è affidata alla title-track, suddivisa in due parti astratte e tormentate. La prima, di matrice classica si fonde e si confonde attraverso uno spesso strato di nebbia in cui fanno capolino a tratti le percussioni e il pianoforte preparato. La seconda, più sbilenca, appare più in linea con gli esperimenti del Gruppo D’Improvvisazione Nuova Consonanza.

Il terzo brano, A Sera, è invece il più melodico dell’intera opera. Un raffinato gioco a due tra chitarra e organo per attimi di beatitudine sonora. Nonostante i ronzii in sottofondo, la successiva Bidonvilles mette in mostra un piglio ambizioso, ponendosi come dolce crescendo cacofonico sovrastante i tetti in lamiera di una località affollata, inquinata e povera.

Il lato B riparte con il rinnovato vigore di Terza Età, musica per nottambuli incalliti quando l’alba è sospesa tra archi, chitarra ed elettronica. Segue Lampare, con gli assoli di tromba di Ennio Morricone e altre note di violoncello. Infine, Orsa Maggiore, quando la luce del Sole sovrasta il fioco bagliore delle ultime stelle. “Città Notte” necessita di grande attenzione.