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Greatest Pills /

Mr. James Barth My Old Blues Suits

  • Label / Plumphouse Records
  • Catalog /
  • Format /
  • Released / 1996
  • Style / ,
  • Rating /
    10/101
Mr. James Barth
Mi avvicinai all’universo scandinavo proprio in quegli anni, ’96 o ’97, seguivo famelico i set di Massimo Cominotto, che in quel periodo era in uno stato di grazia a dir poco sublime e dispensava fiumi di musica in posti come l’Area City di Mestre ed il Cellophane di Rimini.
A quel tempo non c’era internet, e se volevi capire da dove provenivano i dischi o compravi “Trend Discotec” (esclusivamente perché Cominotto curava una delle rubriche musicali) o andavi puntualmente sotto la consolle a rompergli i coglioni (e non era proprio una cosa che apprezzasse alla grande).
Fatto stà che in una delle recensioni mi impossessai di un nome: Mr. James Barth. Era il punto di partenza di una nuova ricerca, saltò fuori che dietro questo pseudonimo si celava tale Kari Lekebusch.

Ora tutti sanno chi è Kari Lekebusch, 15 anni fa invece è stata una scoperta.
La Svek, La Hybrid, Mr. James Barth, era un continuo di rimandi ad un unico grande leader, Kari appunto.

Per ben capire la natura assolutamente geniale di questo musicista è bene isolare 2 strade distinte nel suo cammino.
La prima è forse quella maggiormente conosciuta e legata allo pseudonimo con il quale è conosciuto da tutto e tutti, Cari Lekebusch, nome con il quale l’uomo ha fondato una label fondamentale come la Hybrid Sound Architectures nel 1996 ed è giunto fino ai nostri giorni proponendo un suono techno ruvido ed oscuro che partendo da primordiali forme minimaliste ha attraversato il verbo in ogni sua declinazione conoscendo gloria ed inferno.

La seconda è l’argomento in oggetto, Mr. James Barth.
Ora, dopo anni di ascolti, scavando dentro ogni vicolo di questo sconfinato artista, credo che le produzioni pubblicate sotto questo pseudonimo siano tra le cose più belle mai prodotte in Svezia.

My Old Blues Suits è il primo album della saga “Barth”, pubblicato dalla Plumphouse, una label ormai scomparsa da tempo immemore e fondata da Vito Ingrosso nei primi anni ’90 che aprì e forse chiuse anche un ciclo vitale che vedeva i nomi di Svek, Hybrid appunto e Stephan Grieder impegnati in una rivoluzione musicale senza precedenti in territorio scandinavo proiettando la città di Stoccolma nei pensieri delle teste techno ed house di tutta Europa.

Diciamo subito che Mr. James Barth è il lato house e funky di Lekebusch, e questo disco è una meraviglia sonora incastonata in perfetto equilibrio tra l’house che in quegli anni significava soltanto America ed un profilo techno in via di trasformazione.

Ad aprire è subito una bomba sexy come “Rudeboy” che mette in chiaro quanto il funk ed un utilizzo originalissimo de sample vocali giochino la parte del principe nelle architetture di Mr. Barth.

Il suo approccio è sensuale ed allo stesso tempo tecnico, quasi electro, con dinamiche che si sciolgono in una danza spensierata che è il successo vero di questo suono ricco di grooves patinati come nel caso della successiva “Lonely Blues” che punta tutto su un piano minimale tagliato in loop, un’aurea dub ed un campione vocale ipnotico.

C’è un chiaro riferimento alla garage newyorkese nell’utilizzo dei vocals, cosa tra l’altro sicuramente cercata vista l’importanza che NY aveva in quegli anni, e la maestria di Lekebusch è stata sicuramente quella di sintetizzare questo approccio soul alla composizione in un nuovo format sicuramente più techno ma che mantenesse intatta la caratura se vogliamo femminile dell’universo house.
Due chiarissimi esempi ci vengono mostrati in brani come “Knock ‘Em Out (Then Mellow Back)” e “No Taboo’s”, pura essenza deepness metabolizzata in un meccanismo techno precisissimo.

“Hollyday” è un fungo velenoso che sfugge al controllo per avventurarsi in un territorio free dal sapore soul che sembra Moodymann in una catena di montaggio.
C’è un tris strumentale che fa paura: Step Aside (All Over You), Together (We Are Strong) e Enchanted (Instrumental), brani nei quali è la notte a prendere il sopravvento mostrandoci colori ed odori che solo il gelo svedese è capace di liberare in aria. Ed una chiusura downbeat elegantissima intitolata “The End” che accompagna i balli sfrenati verso un alba che irradia di caldo sole anche le menti più impermeabili.

Nei successivi capitoli l’uomo avrebbe poi approfondito in maniera sublime l’argomento, con un altro grande album dal titolo “Stealin’ Music” e con una fondamentale raccolta di brani composti insieme ad Alexy Delano dal titolo “Knockin’ Boots Vol. 1 & 2” .
A voce bassa scrisse la storia.