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Album Reviews /

Volcov …From The Archive

  • Label / BBE
  • Catalog / BBE272CCD
  • Format / CD, Vinyl
  • Released / 03/2016
  • Style / , ,
  • Rating /
    10/101
Volcov - ...From The Archive 300x300

Presente nella nostra classifica di marzo sulle migliori uscite, la compilation intitolata “…From The Archive” (2016) e firmata da Volcov è uscita per BBE lo scorso marzo. La cura dell’artista veronese fa di essa una raccolta da collezione. Ecco i motivi principali.

BBE, acronimo di Barely Breaking Even, è un’etichetta inglese fondata dai dj e promoter Peter Adarkwah e Ben Jolly. Il nome deriva dall’omonimo brano disco del 1982 di The Universal Robot Band, allora appena ricostituiti. Il suono BBE è multi genere, legato soprattutto a riedizioni di classici disco, funk, hip hop, jazz, house e alla scena broken beat inglese. Nel suo prestigioso catalogo si possono trovare una moltitudine di artisti, con compilation curate da alcuni dei migliori digger, disc jockey e selector internazionali tra cui DJ Spinna, Louie Vega e Sadar Bahar. Adesso la label è arrivata al suo 20° anniversario ed è giunto il momento di fare spazio a nuovi membri. Uno di questi è sicuramente Enrico Crivellaro.

Enrico CrivellaroFondatore di Archive Records e Neroli Productions, Enrico esprime da sempre gusto e dedizione genuini in tutto ciò che fa: in studio con le sue produzioni e collaborazioni sotto il nome del progetto più orientato a sonorità house, Isoul8, e dietro la consolle con lo pseudonimo di Volcov forte di un repertorio intrecciato di trame disco, boogie e broken beat. Dotato di un udito sopraffino nel saper cogliere anche le più difficili sfumature di B-side sconosciuti, Enrico è senza dubbio uno dei dj italiani più rispettati al momento, in grado di esprimersi in una discreta varietà di situazioni.

Va da sé che è come ritornare continuamente sui banchi di scuola e questa volta l’uscita della compilation “…From The Archive” ne è l’occasione perfetta. La selezione è letteralmente una miniera d’oro, considerando anche il valore astronomico di alcuni dischi contemplati. Il dj veronese non è certamente nuovo a questo tipo di formato. Ricordiamo a tal proposito compilation come quelle uscite per la serie “ESP DJ Classics” dell’etichetta di Osaka Especial Records, “Way Back When” (2009), dove si nasconde un suo edit della traccia “La Bimini” della formazione Spunk, “I Owe It To Myself” (2012) e “Volcov Edits” (2010) in cui troviamo suoi personali cut. Sulle sue imprint – Archive e Neroli – invece abbiamo compilation celebrative o V.A..

Non lontano dai lavori passati quindi, “…From the Archive” allude oltre che alla label Archive, più semplicemente alla parola “archivio” come si può leggere dalle parole di Patrick Forge – insieme a Gilles Peterson, dj pioniere della scena londinese negli anni Settanta e Ottanta – nelle sue note interne alla compilation.

The repository of recorded sound constantly expands creating this treasure trove, this vast resource, this archive. Archive, from the Greek ‘arkheia’, meaning public records; and it’s true, that thanks to the internet, this archive is very much in the public domain, and to some extent we are all its curators.

Come si può evincere dalle parole di Enrico, è stato proprio Patrick Forge una sua grande fonte di ispirazione.

La scelta di chiedergli di scrivere le sleeve note mi è sembrata la più naturale. Per la conoscenza musicale, per la bravura nello scrivere di musica, e poi perché ho pensato a quanto mi piacesse leggere certe note sulle copertine delle compilation jazz, rare groove anni Novanta. Nessuno meglio di lui avrebbe potuto capire lo spirito che c’è dietro la selezione di “…From The Archive”. La prima volta che ho visto Patrick suonare fu una domenica pomeriggio nell’estate del 1990 a Camden, Londra – non saprei dire se si trattava di Dingwalls o di un altro evento – mi ricordo che mise Bill Summers “Brazilian Skies” subito dopo un concerto live di Roger Beaujolais…mi ricordo che c’erano ballerini jazz con il talco in pista, il tutto mi fece una grossa impressione.

Poi nel 1998 mentre ero a Londra iniziai ad andare quasi ogni venerdì alla sua serata Inspiration Information e grazie a Phil Asher, l’altro resident, a e vari incontri accidentali da Goya – il distributore di tutte le etichette ‘west london’ – ho iniziato a conoscerlo meglio. Da quell’esperienza ho imparato moltissimo musicalmente, specie un certo modo di intendere la musica tipicamente inglese. Non ho con lui lo stesso rapporto stretto che magari ho con Dego e Phil, però nutro per Patrick un’enorme stima e simpatia. Continuo a seguire il suo show “Cosmic Jam” e credo lo dovrebbero fare in molti: l’approccio alla musica non è ‘drogato’ dal fattore rarità o esotico come troppo spesso accade in questo momento storico.

Volcov... From The ArchiveIn questo senso Volcov agisce da curatore in pellegrinaggio continuo verso la ricerca dell’identità musicale più coerente che aldilà di generi, stili ed ere diverse, comprende tracce che superano questi criteri oggettivi per una visione personale della materia. La compilation quindi guida per mano l’ascoltatore in un viaggio nel profondo della brillante mente musicale del suo selezionatore per sondarne i territori sonori più fervidi.

Nell’elaborare la sequenza sono andato a orecchio. In questo tipo di compilation, vista la difficoltà nell’ottenere le licenze dei pezzi, raramente si arriva al termine del lavoro con tutti i brani selezionati inizialmente. Ho semplicemente assemblato ciò che siamo riusciti ad ottenere secondo un mio filo logico. Si tratta in fondo solo di alcuni pezzi che pensavo meritassero un po’ di attenzione.

Il percorso si apre con The Sound of the Memory of Many Living People (1982) e le bellissime note al piano di Harry Whitaker della band Are & Be capitanata dal cantante Douglas Booth, membro dei Roy Ayers Ubiquity. Una sorta di manifesto programmatico che illustra i valori ispiratori del suo selezionatore come la storia, la cultura e la tradizione. Principi che abbracciano tutte le quattordici tracce.

Subito dopo il ‘Classic Mix’ di Chez Damier di “Go” (2004) uscita anche nella versione Go (Into All The World) di The Urban Cru rispettivamente su Balance e Balance Alliance con la voce splendida di Jocelyn Winston, corista per Mariah Carey in alcune sue produzioni dei primi Anni Zero. Notevole anche il soul di Ondrea Duverney in You Know What It’s Like (1994), brano rilasciato solo in digitale.

Si ritorna negli Stati Uniti con le trame boogie di un trio di tracce a dir poco coinvolgente. La prima intitolata Do The Right Thing (1986) di TGB con la voce di Patricia Shannon; a seguire, Oneness Of Juju in formazione con Plunky Nkabinde con la travolgente Turning On To Me (1984) estratta dall’album “Electric Juju Nation/Keep It Moving”. Ed infine l’allegria contagiosa di Keep The Same Old Feeling (1982) degli Hot Cuisine, in pieno stile ‘fab eighties’. Un pezzo uscito su Kaleidoscope Records che ti fa venir voglia di cantare e scatenarti in pista.

Ci si sposta nel paese del Sol Levante con la suadente sinfonia jazz di Still In Love (2011) di Shuya Okino per poi approdare al broken beat fusion di Shokazulu a.k.a. Kaidi Tatham e la sua Part 4 (2011). Sonorità più incalzanti e tribali quelle dell’intro di Footprints In The Sand (2010), del chitarrista e compositore britannico Chanan Hanspal, qui nella veste più chicagoana con un ‘Urbancity Reinterpretation’ del produttore Shannon Harris.

Tocchi latini per The Antilles con Simon’s Melody (1982) gemma rara che ti catapulta su una spiaggia del Sud al tramonto. Dulcis in fundo la pietra miliare di Bémbé Segué Sun On My Back, che chiude l’intera raccolta con un’allure di R&B sognante. Menzione a parte per gli edit di Volcov, reinterpretazioni personali delle tracce Arigo (1979) di Manfredo Fest in cui enfatizza il lato più fusion e spasmodico, Gotham Odyssey (1977) di Fanfair, taglia e cuci di parti melodiche e per finire Sophisticated Disco (1977) di O’Donel Levy dove focalizza la sua attenzione sullo strumentale jazz-funk.

“…From The Archive” di Enrico Crivellaro è un lavoro magistrale che ben esemplifica il senso di totale devozione alla sua arte. Espressione intima di se stesso, ma anche l’ennesima riprova di una meritata consacrazione come artista del panorama italiano, o portavoce di uno dei racconti più personali e unicamente diversi di sempre. È la sensibilità di percepire cose che non tutti sentono, di tuffarsi nel passato e riemergere ogni volta con nuove storie, dense di significato oltre il semplice dato estetico, proiettandole sempre in nuove forme per chi le ascolterà in futuro.

Da standing ovation.